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25 October 2017

Review: Accademia Filarmonica di Verona (OperaLibera e TrentinoLibero)

Verona, 1 ottobre 2017. Il penultimo concerto della rassegna Il Settembre dell’Accademia è stato caratterizzato per la presenza del pianista veneziano Alessandro Taverna, il quale si è esibito in un programma molto interessante ed eclettico.

La prima parte è stata dedicata tutta a Fryderyk Chopin: i Notturni n. 1 e 2 Op. 9, il Grande Valse brillante Op. 18, la Ballata n. 1 Op. 23, lo Scherzo n. 3 Op. 23, l’Andante spianato e grande polacca brillante Op. 22.
Nella seconda tutti brani del ‘900: George Gershwin con una selezione da “Songbook” (Swane, Nobody but You, I’ll build a Stairway to Paradise, Do it Again, Fascinanting Rhytm, Oh, lady be Good!, The Man I Love, clap yo’ Hands, My One and Only, ‘S Wonderful, Strike up the Bland, I Got Rhythm), il rarissimo n. 7 Intermezzo e n. 8 finale da “Otto studi da concerto Op. 40” di Nikolai Kapustin, Fredrich Gulda con quattro pezzi da “Play Piano Play (n. 1 moderato, n. 9 allegro dolce, n. 5 moderato poco mosso, n. 6 presto possibile, e per finire ancora Gershwin con la versione per solo pianoforte di “Raphsody in Blue”.
Taverna si è affermato a livello internazionale al concorso Pianistico di Leeds del 2009. In seguito, la sua carriera l’ha portato a esibirsi con le più importanti istituzioni italiane ed estere e ad affermarsi nei più prestigiosi concorsi pianistici, confermandosi come uno dei più interessanti artisti alla tastiera degli ultimi anni.
In Chopin impressiona il fraseggio variegato, ma sempre sotto il controllo di uno stile preciso e molto classico. Tuttavia, quest’ultimo aspetto non lo esime da una vitalità interpretativa scattante, soprattutto nella polacca e nel valzer brillante, nei quali l’effetto, prodotto da una tecnica rilevante, è decisamente mozzafiato. Infine, ma non secondaria, è la classe dell’artista che colpisce, poiché in questi brani del classicismo pianistico egli riesce a scavare minuziosamente ogni angolo rimarcando il colore, e in particolare il timbro, nel quale emerge la grande raffinatezza dell’interprete. Magnifico l’attacco poetico del Notturno Op. 09 n.2.
Nella seconda parte egli trova un terreno ancor più edificante nella sua vena artistica. Impressionano lo scaltro e incisivo tono con cui affronta il Songbook di Gershwin, nei quali prevale la “libertà” esecutiva in bilico tra la formazione classica di Taverna e il ritmo jazz dei brani.
E’ straordinario, oserei dire quasi interprete di riferimento oggi, sia negli studi di Nikolai Kapustin, sia nei brevi pezzi di Fredrich Gulda, nei quali emerge non solo il gusto ma anche la scansione cromatica.
La conclusione è sostanzialmente soggiogante, poiché in Raphsody in Blu (nella versione per pianoforte solo approntata dall’autore) ha impresso uno stile magnifico, per classe, aderenza stilistica e grande armonia nell’insieme cui va sommata una nitida esecuzione di ampio respiro.
Successo clamoroso da parte di un pubblico attento e numeroso, al quale sono stati regalati due bis, un Ragtime e un delicatissimo Notturno di Claude Debussy.

Lukas Franceschini

Alessandro Taverna interpreta George Gershwin e ci fa conoscere musiche di Friedrich Gulda e di un finora incognito Nikolai Kapustin che si rivela un genio – Il giovane pianista veneziano sarebbe adatto a ricuperare i capolavori dimenticati di Richard Addinsell, Hubert Bath, Clive Richardson e tanti altri già fatti conoscere in Italia nel secolo scorso dall’altrettanto oggi dimenticato Luciano Sangiorgi

C’era in Italia, verso la fine degli anni Quaranta, e frequentavo (lo intervistai anche per il periodico “Gran turismo” di Sanremo), un pianista, nato a Bologna il 5 gennaio 1925, il quale aveva in repertorio, col Gershwin della Rhapsody in blue, della Second rhapsody, della Cuban ouverture e del Songbook, il Warsaw concert di Richard Addinsell, la Cornish rhapsody di Hubert Bath, la London phantasy di Clive Richardson, ed altre musiche del genere (delle quali io detengo le partiture o quanto meno i dischi 30 cm./78 giri), tutte per pianoforte e orchestra, di carattere leggero ma solidamente strutturate in forma sinfonica, alla maniera – le ultime due che ho menzionato – del Rachmaninov più che del Gershwin, sul modello quindi del Concerto di Varsavia. Esse sono scomparse, non solo dal repertorio, ma anche dalla memoria. Sangiorgi e Richardson non sono né pur menzionati sull’ultima edizione del Dizionario Utet dei musicisti, mentre Bath vi figura ma fra le sue composizioni non è citata la Rapsodia di Cornovaglia la quale fu l’unica sua partitura che gli diede notorietà in Italia.

Il settimo appuntamento della rassegna “Il settembre dell’Accademia” 2017, riservato ad un recital senza orchestra, ha visto la sera di domenica 1 ottobre sul palcoscenico del teatro Filarmonico di Verona il giovane pianista veneziano Alessandro Taverna, il quale dopo una prima parte tutta dedicata a Fryderyk Chopin (50′), ha messo in programma nella seconda pagine di George Gershwin, di Friedrich Gulda molto noto come pianista ma non altrettanto come compositore, e di un Nikolai Kapustin del tutto incognito non solo al cronista ma anche ai suoi colleghi musicologi da lui consultati, e ignorato anche dal citato Dizionario Utet. Il programma di sala ci dice solo che è nato nel 1937. In internet ho potuto apprendere che è ucraino e che ha al suo attivo ben 149 numeri d’opera, fra cui numerosi Concerti solistici. Dirò subito che i suoi due pezzi (n.7 intermezzo e n.8 finale da 8 Studi da concerto op.40 del 1984, 5′ di durata) sono stati la vetta della serata e hanno costituito la rivelazione di un compositore che, al giorno d’oggi, dopo secoli di musica che ha traversato tutte le evoluzioni possibili, riesce ad essere originale e ad esprimersi in modo insospettatamente nuovo e geniale.

Jazzistiche e nella scia d’un modernismo libertario ma conformista i quattro pezzi del Gulda (n.1 moderato, 9 allegro, 5 moderato, 6 presto, da 10 Play piano play, 8′). Dodici le canzoni del Gershwin – tra cui le notissime Ho costruito una strada per il Paradiso, Ritmo affascinante, Oh signora siate buona, L’uomo che amo, E’ meraviglioso, Ho del ritmo: 16′ – , che facevano già parte del repertorio del Sangiorgi, di cui ho le registrazioni a 78 giri: ma mancava la più bella, Love walked in, Arriva l’amore. In chiusura, in una interpretazione assai personale, la Rapsodia in blue (cioè con le blue notes: il color blu non c’entra nulla) nella versione originale dell’autore il quale all’epoca non sapeva orchestrare (gliela strumentò Paul Whiteman), 15′, che fu la passione del cronista giovane, la verità musicale finalmente rivelata, contraddetto dal suo insegnante di composizione che riteneva la definizione adatta a Johann Sebastian Bach.
Bene: penso che il giovane pianista veneziano sarebbe adatto a riprendere e rilanciare oggi quelle partiture di musica sinfonica leggera che ho menzionato all’inizio, che son tutte nel loro genere dei piccoli capolavori, come altre del genere quale il gioiello Poema di Zdenĕk Fibich. Applausi generali e trionfali da parte di tutto il pubblico, e due bis, il primo alla maniera di Joplin ma non identificato (2′), e il Clair de Lune di Debussy (6′).

Sergio Stancanelli

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