di Paolo Locatelli.

Il 31 agosto del 2015 la Gustav Mahler Jugendorchester faceva il suo debutto sul palcoscenico del Verdi di Pordenone con un’Ottava di Bruckner diretta da Herbert Blomstedt che ha costituito il primo passo di un sodalizio che si è consolidato fino a fare del teatro la residenza dell’orchestra, cioè il luogo in cui ogni anno, in primavera e in estate, tanti giovani musicisti provenienti da tutto il continente si riuniscono per preparare il tour europeo. Un tour che in queste settimane sta attraversando alcune delle capitali della musica e che toccherà anche Pordenone con due concerti in programma il 2 e il 3 settembre che vedranno protagonisti Renaud Capuçon e Manfred Honeck, ultimi dei tanti artisti che si sono esibiti in città accanto alla GMJO, da Kirill Petrenko a Daniele Gatti, da Vladimir Jurowski a Ingo Metzmacher.
Alessandro Taverna, pianista e consulente artistico del Teatro Verdi, ha raccolto dai suoi predecessori l’eredità del progetto, che ora nelle sue mani potrà crescere ulteriormente.
È un anniversario importante.
Io sono arrivato al Verdi da un anno ma già da spettatore e operatore culturale osservavo quello che è successo a Pordenone, che è un piccolo miracolo. Una sorta di sinergia culturale, turistica e sociale. È come se questo progetto, iniziato dieci anni fa, avesse trasformato Pordenone nella porta della cultura musicale europea verso l’Italia, facendone anche un punto di riferimento nel panorama formativo. È assolutamente unico il modo in cui gli artisti lavorano in questa realtà, così come lo è la genesi dell’orchestra, che si rinnova ogni anno mantenendo una specificità del suono, che è la qualità che consente anche ai grandi musicisti di avere un rapporto paritario con essa.
E il Teatro Verdi è la casa di questo miracolo.
Questo progetto ha reso il Verdi una specie di piattaforma culturale permanente, dopodiché da un punto di vista artistico abbiamo potuto beneficiare di una serie di concerti che probabilmente senza la Mahler non ci sarebbero mai stati. Certamente è un rapporto di scambio che funziona in entrambe le direzioni, perché per ospitare un’orchestra che talvolta supera i 120 elementi serve una struttura adeguata. Da addetti ai lavori e appassionati godiamo della magia della creazione e del concerto, ma ci sono ricadute anche sul territorio e sul tessuto sociale. Stiamo cercando di occupare una posizione sempre meno marginale all’interno del panorama nazionale e il fatto che una provincia come Pordenone possa ospitare un progetto così unico ha trasformato la percezione della città stessa.
Di fatto la Mahler ha messo Pordenone sulla mappa della grande musica.
Certo, ma credo che sia interessante anche vedere la reazione in termini di ricettività, basti pensare a tutti i pacchetti che sono stati creati per sviluppare in città un turismo culturale nobile.
La residenza proseguirà nei prossimi anni?
Per quanto mi riguarda darò sempre la massima disponibilità, ponendo anche obiettivi di medio e lungo termine. Il primo è confermare il Verdi come hub culturale e renderlo ancora più centrale in questo circuito europeo. Inoltre abbiamo il vantaggio di ospitare il processo di formazione, che altrove non avviene. Potrebbe essere l’occasione per istituire delle collaborazioni con realtà di altissimo livello: sappiamo che i giovani che suonano nella Gustav Mahler Jugendorchester provengono da tanti paesi e che si formano in conservatori e accademie di tutta Europa: si potrebbe pensare a progetti paralleli, come un festival incentrato sull’eccellenza giovanile. Infine la residenza è un volano per la rigenerazione del pubblico, visto che chi viene ai concerti della Mahler è mediamente più giovane rispetto agli abbonati alla stagione.
Stagione che sarà anticipata proprio dai concerti della Mahler di 2 e 3 settembre?
Sono concerti con programmi molto vari ma al tempo stesso – uso un termine inappropriato – “popolari”: è una musica nella quale il pubblico si riconosce. La Quinta di Čajkovskij, la Nona di Bruckner e i concerti per violino di Korngold e Mozart sono lavori assolutamente accessibili. In questi dieci anni abbiamo anche sperimentato programmi più audaci, perché l’orchestra lo consente, ma avvicinarsi al grande repertorio costituisce la sfida più grande per loro. Poi abbiamo due artisti del livello di Manfred Honeck e Renaud Capuçon, ma anche Christian Blex, il direttore assistente, che ormai è una piccola star dopo la vittoria del Karajan Young Conductor’s Award.
Blex che ha diretto i concerti più piccoli sul territorio, come quello recente di Valvasone.
Questi appuntamenti sono una testimonianza vivida che il lavoro non si svolge solo a porte chiuse e che gli stessi musicisti hanno il desiderio di essere parte del tessuto sociale di cui parlavo.
Oltre alla Mahler c’è anche la stagione vera e propria del teatro. Cosa ci aspetta?
La stagione sarà presentata al pubblico il 5 settembre. Ormai anche il Verdi si è affrancato dall’essere solo un contenitore, per ambire alla statura di teatro di produzione. Come ho cercato di fare l’anno scorso, vorrei leggere una narrazione all’interno della stagione, con rimandi e tematiche che ritornano. Ci sarà quindi un filo conduttore, il pianoforte, mantenendo altresì un’attenzione rinnovata per i giovani, che per il teatro sono una risorsa centrale. Chiaramente ci saranno anche i grandi nomi e le grandi orchestre, ma li considero un corollario rispetto a una proposta che ha una sua organicità.
Oltre al Verdi di Pordenone, lei cura anche il Festival di Portogruaro, che è una realtà ancora diversa.
Il festival ha una storia che va ancora più indietro, visto che siamo arrivati alla 43esima edizione. Come avviene qui, ci troviamo a lottare contro una certa disattenzione generale verso la musica “forte”, per cui cerco di adottare dei criteri comuni tra i due. Innanzitutto non bisogna cedere a compromessi con l’illusione di accontentare tutti. Poi credo che si debba guardare a generi diversi e alla loro intersezione con la classica, proponendo il meglio che c’è senza pregiudizi. Il festival di Portogruaro di quest’anno l’abbiamo chiamato “modulazioni” perché in musica la modulazione è ciò che veicola il cambiamento mantenendo il senso dell’armonia. Questa è la chiave anche per Pordenone: rendere il teatro un luogo accogliente, fare sì che le persone stiano bene anche nel momento in cui si propongono i grandi temi del presente.
Il pubblico pone resistenza alle proposte più audaci?
Non credo che il pubblico sia pregiudizialmente poco aperto e l’ho notato in particolare con la stagione di danza, in cui le proposte più sperimentali hanno riscosso un consenso superiore rispetto agli spettacoli tradizionali. Vedo che il pubblico ama avventurarsi in territori inesplorati. La grande sfida oggi è la musica da camera, che sta diventando una nicchia sempre più piccola all’interno delle stagioni. La sala del Verdi, da oltre novecento posti, non si presta al contesto cameristico, ma fortunatamente abbiamo altri spazi che possono creare una sorta di boutique per integrare la proposta. In fondo il teatro ha anche la funzione di accompagnare il pubblico alla scoperta di cose che magari non incontrerebbe e intendiamo farlo anche creando queste esplorazioni di galassie musicali in ambienti più raccolti.
Lei ha anche un’importante carriera come pianista. Che programmi ha per i prossimi mesi e anni?
Non sono uno che programma molto a lungo termine, ma tendo a farmi trasportare dalla corrente. Quello che mi guida in fin dei conti è la curiosità, per cui scelgo il repertorio che mi piace esplorare. Come musicista non mi sottraggo a una dimensione di travaglio postmoderno: noi siamo attori della società e, se da un lato vorremmo trainarla verso il bello, dall’altro ci troviamo immersi in essa. Far conoscere la nostra contemporaneità è una missione di cui mi sono fatto carico, accettando anche commissioni impervie. Poi ci sono progetti un po’ folli come i cinque concerti di Prokofiev (eseguiti in un’unica serata) che ho fatto con l’Orchestra di Padova e del Veneto, che ripeterò a Milano e Ferrara a ottobre. Amo collaborare con realtà con cui ho un un rapporto solido, come il San Carlo di Napoli e Santa Cecilia, dove in primavera suonerò il Terzo di Prokofiev con John Eliot Gardiner.
Come se non bastasse, è anche insegnante in diverse istituzioni.
So che lo dicono tutti, ma la docenza è davvero il completamento della nostra missione artistica, perché i giovani sono lo specchio di noi stessi. A volte capita di riconoscere in loro i nostri difetti e di chiedersi se oltre a quelli siamo riusciti a trasferire loro anche la nostra parte migliore, che è ciò che cerchiamo di fare. L’esperienza dell’insegnamento lascia in sospeso tra due poli contrastanti: da una parte il grande entusiasmo, dall’altro la consapevolezza che viviamo in un momento complicato, per cui non è detto che i giovani possano arrivare dove ho avuto la fortuna di arrivare io. Però chi ha questa ambizione è giusto che persegua, anche se è difficile. C’è un futuro nella musica, diciamolo a chi crede poco nella cultura.
Che qualità deve avere un giovane musicista, oltre chiaramente al talento, per farcela in questo mondo?
Partiamo da un dato di fatto: oggi il livello tecnico è altissimo per cui da solo non basta più. Bisogna essere soggetti all’interno della realtà che viviamo, avere le antenne dritte. Allo stesso modo bisogna essere duttili e saper stare al mondo. Detto fuor di metafora: sapersi relazionare e saper differenziare. Serve intelligenza. Il mio maestro Scala insisteva sull’importanza dell’intuito, che non è solo una qualità musicale. Chiaramente il tutto corroborato dalla serietà di fondo e dallo spirito di sacrificio.
E poi bisogna conoscere: dobbiamo osservare in che direzione va il pianismo di oggi anche da un punto di vista tecnico e come vengono proposti i repertori nelle varie stagioni. È chiaro che io, nel momento in cui programmo una stagione, non posso non sapere cosa succede nei principali teatri del paese e d’Europa e allo stesso modo un artista deve sapere in che direzione va la musica.
Quindi, da professionista di altissimo livello in questo settore, in che direzione sta andando il pianismo?
Se posso confessarmi a cuore aperto, non sempre mi riconosco in quello che vedo e ascolto. Credo si stia perdendo il legato, una qualità che dovremmo imparare dai cantanti. Spesso leggiamo indicazioni come “cantabile” o “andante spianato”, ma non le sappiamo interpretare a dovere. Ad esempio “spianato” deriva da una tecnica della vocalità, che si regge sul fiato e quindi sul legato, che oggi purtroppo è diventato un’astrazione, perché è molto faticoso. Io mi affibbio volentieri l’etichetta di “retrò”, ma insisto molto con i miei studenti sulla centralità di legato e fraseggio, perché è con essi che possiamo esprimere la tensione della nostra anima.
Lo dico da pianista, ma mi è capitato di riscontrare lo stesso punto di vista parlando con alcuni direttori d’orchestra che lamentano una perdita di queste qualità in orchestra, che è una cosa incredibile visto che per archi e fiati dovrebbe essere più semplice. D’altro canto oggi la perizia sta aumentando tantissimo, cosa che dà modo di esplorare lati della tecnica che forse una volta non si conoscevano. Però mi dispiace se tutto ciò va a scapito di una tradizione che è anche in buona parte italiana.
La violinista Francesca Dego, el clarinetista Alessandro Carbonare y el pianista Alessandro Taverna inauguran en el claustro de la Catedral la sección Marcos Históricos del 75 @FestSantander
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#Creadores #Cultura #Arte
Marcos Históricos del 75 Festival: La violinista Francesca Dego, el clarinetista Alessandro Carbonare y el pianista Alessandro Taverna, en el claustro de la Catedral
Strauss & Korngold: little known works by well-known composers in passionate performances from Francesca Dego & Alessandro Taverna at Conway Hall. My concert review:
A rare chance to hear Erich Wolfgang Korngold's early & shamefully neglected Violin Sonata on Sunday at London's Conway Hall.
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