Taverna: con il piano inseguo il mito Benedetti Michelangeli

Il musicista suonerà con Chailly e Luisi

Un talento pianistico tutto italiano è quello che la Filarmonica della Scala farà conoscere il 13 febbraio al Comunale Pavarotti di Modena diretto da Riccardo Chailly e il 20 al Piermarini diretto da Fabio Luisi.

Il pianista Alessandro Taverna, 33 anni, si esibisce nelle più importanti istituzioni musicali del mondo e con affermati direttori: Harding, Mariotti, Goebel, Fischer. Nato a Caorle, papà impiegato in banca e mamma in un negozio, un giorno il suo amico Duilio Martinis manda una sua registrazione alla Fondazione Keyboard Trust di Londra che seleziona giovani pianisti. «Mandò il dvd e il Trust mi chiamò a Castleton, nella proprietà dove Maazel organizzava spettacoli per giovani musicisti. Suonai Stravinsky, Chopin e Gulda ma quel giorno il maestro era assente. Tuttavia sua moglie, Dietlinde, gli telefonò parlandogli di me. La sera dopo suonavo alla Steinway Hall di New York e venne a sentirmi. Alla fine m’invitarono a cna in un ristorante e lui mi disse: “Dobbiamo fare musica insieme”»

Come è andata a finire?

«Nel 2012 mi chiamò per fare Burleske di Strauss; ma io avevo già un contratto con Royal Liverpool Philharmonic. Poi mi ha ricontattato e abbiamo fatto insieme Prokofiev al Gasteig di Monaco e il 27 febbraio 2014 al Musikverein di Vienna. Sono stato l’ultimo solista a suonare con lui». Cinque mesi dopo, a 84 anni, Maazel morì.

Cosa suonerà alla Scala?

«Il 2017 è per me il tempo di Liszt. A Modena eseguirò il Concerto n. 1 e alla Scala il n. 2. Sono stati un amore sin da bambino».

La critica inglese («The Independent») l’ha definita un erede di Arturo Benedetti Michelangeli…

«Ho ammirazione per Michelangeli che è nell’Olimpo dei più grandi e il cui messaggio è sempre attuale. Il paragone? Forse nasce da una commistione di cose; dà responsabilità ma è uno sprone. Ammiro l’integrità di Michelangeli: la serietà, l’impegno, l’aderenza al messaggio musicale. Noi siamo strumenti, e lui era il migliore portatore di un messaggio che veniva da sopra di lui. Il pianista un tramite».

Le scuole italiane funzionano?

«Sfaterei il luogo comune che i nostri conservatori siano in crisi. È vero che la riforma li ha messi al margine, ma la grande parte dei buoni musicisti italiani viene da questi conservatori e scuole. Certo, per un artista è doveroso affacciarsi a realtà transnazionali».
Pierluigi Panza

Share: