Review: Tutto Prokofiev: l’impresa storica di Alessandro Taverna (Rivista Musica)

PROKOFIEV I cinque concerti per pianoforte e orchestra pianoforte Alessandro Taverna Orchestra di Padova e del Veneto, direttore Marco Angius

Padova, Teatro Verdi, 10 aprile 2025

Quando il 28 gennaio 2023 Yuja Wang suonò tutti i cinque concerti di Rachmaninov di fila alla Carnegie Hall, tutto il mondo musicale ne parlò: forse anche per l’aspetto glamour dell’impresa, visto che ad ogni partitura corrispondeva un abito diverso sfoggiato dalla pianista cinese (chissà se intonato al carattere della musica?). Invece ieri sera Alessandro Taverna, che a Padova con l’Orchestra di Padova del Veneto e Marco Angius ha compiuto impresa non meno epica o faticosa, ossia si è attenuto sempre al suo elegante frac: ma l’esito della serata è stato non meno sbalorditivo. Nessun pianista aveva mai suonato di fila i cinque Concerti di Prokofiev: un’impresa che ha difficoltà fisiche, mnemoniche e musicali davvero sovrumane (EDIT: gentilmente Julia Pikalova mi informa del fatto che l’integrale era stata già proposta da Alexei Volodin nel 2015 a Vladivostok. Quella di Taverna è quindi la seconda volta che tale impresa ha luogo). Ma Taverna, da musicista intelligente e di classe quale è, ha programmato con saggezza il lavoro, partendo da un rapporto strettissimo con Marco Angius: a capo di un’orchestra che non aveva le tradizionali dimensioni associate a questi Concerti, Angius e Taverna hanno cercato una via che evitasse quanto più possibile la tradizionale magniloquenza sonora, l’impeto fragoroso, preferendo il bagliore dei timbri netti, evocando le suggestioni culturali e musicali che ogni partitura evocava, e alla retorica anteponendo sempre la logica.

Un tema da tenere in considerazione, in una maratona del genere, era ovviamente in quale ordine proporre i concerti: che si dovesse però partire col Primo, pagina del 1911 realizzata da Prokofiev per il diploma di composizione, era abbastanza naturale. E già nelle ottave dell’esordio Taverna coglieva solo in parte l’osservazione del critico Leonid Sabaneev, che all’epoca definì il Concerto una “energetica, ritmica, aspra, grezza cacofonia”, semmai conservando il senso dei primi due aggettivi: in questi curiosi venti minuti di musica, che guardano sia a Rimskij che alla Sonata di Liszt (come notava Piero Rattalino), Angius e Taverna sembrano anticipare il clima della Prima sinfonia, di pochi anni successiva, una specie di evocazione di sonorità lucide e composte, neo-classiche, in “presa diretta”. E anche per questo appariva perfetto l’accostamento diretto con l’ultimo concerto dei cinque, del 1933, l’ultima composizione terminata da Prokofiev a Parigi prima del ritorno sciaguratissimo in Unione Sovietica: partitura poco nota, nonostante l’apostolato di due pianisti del calibro di Richter e Dino Ciani, ma che riprende le forme classiche del Primo secondo – sono parole del compositore – “un rinnovato desiderio di semplicità”, anzi una “nuova semplicità”. Una specie, quindi, di evocazione distaccata, al quadrato, del mondo che nel Primo era invece vissuto senza filtri. E anche qui Alessandro Taverna toglieva ogni nota enfatica, dando invece risalto alla brillantezza sonora e ad una certa ironia evidente anche nei momenti più brillanti e toccatistici.

La prima parte della lunga serata era conclusa con il Concerto più noto e amato dei cinque, il Terzo, l’unico che il pianista veneto abbia da tempo in repertorio (il Secondo era stato debuttato poche settimane fa a Milano – vedi la recensione di Massimo Viazzo – e gli altri erano affrontati per la prima volta): delizioso l’equilibrio fra un’orchestra a volte priva della tradizionale “presenza” sonora ma spesso evocatrice di atmosfere francesi (Ravel!), in un fraseggio sempre pieno di idee, come l’incipit quasi marionettistico del secondo movimento ben dimostrava. E certamente la consuetudine di Taverna – che per tutta la serata si è avvalso discretamente di un tablet – con questo Concerto era evidente nella sicurezza invidiabile che ha messo in mostra anche nei passi più virtuosistici, senza mai che le tante note fossero un impedimento alla poesia, al fraseggio personale, alla continua ricerca di una dimensione musicale chiara.

Dopo la pausa, il Concerto meno praticato, quello per la mano sinistra scritto per Paul Wittgenstein, che lo rifiutò definendolo incomprensibile, tanto che dall’anno di composizione (1931) la prima esecuzione slittò addirittura al 1956, solista Siegfried Rupp. E non si può dire che Taverna, nonostante certi splendidi artifizi timbrici di “sdoppiamento” della mano sinistra, abbia davvero reso indimenticabile questo Quarto: forse perché è un’impresa impossibile per chiunque. Infine, il tremendo Secondo, noto agli appassionati per la presenza, nel primo movimento, di una cadenza di ampiezza e difficoltà tecnica al limite dell’assurdo: affrontando la quale Taverna ha per la prima volta nella serata mostrato una certa stanchezza. Con classe e musicalità ne è uscito quasi indenne, e anzi già nel secondo movimento, quell’incredibile moto perpetuo all’ottava tra le due mani che ricorda il finale della Seconda sonata di Chopin, il pianista veneto è parso rinfrancato, e ha concluso davvero in gloria la serata, affrontando le acrobazie del finale con una lucidità, una personalità e un titanismo sempre dominato dall’eleganza – che è poi la cifra di tutto il pianismo di Alessandro Taverna – davvero commoventi.

Né era finita qui: ai calorosi applausi di un pubblico purtroppo non numeroso, Taverna ha risposto con altra musica, la Toccata di Friedrich Gulda, entusiasmante per brio e digitalità.

L’impresa sarà ripetuta a fine ottobre, con gli stessi attori, per la stagione dei Pomeriggi Musicali: suggerendo modestamente al pianista veneto l’inversione del Secondo e del Terzo, che secondo me gli consentirebbe di gestire meglio le forze, invito caldamente chi sta leggendo a non perdere un appuntamento storico, che già dopo il debutto padovano ha consacrato Alessandro Taverna nell’empireo pianistico.

Nicola Cattò

Ph. Alessandra Lazzarotto

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